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Il Collasso della Funzione d'Onda

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Avendo interagito con soggetti vittime di interferenze aliene, ci siamo trovati nella condizione di dare una spiegazione alle ragioni alla base di un tale fenomeno, cercando di non essere elusivi nei confronti di chi, vittima di un inquietante problema, avverte la necessità di capire e inquadrare ogni tessera del suo intricato puzzle.

Si è ampiamente argomentato in merito alle motivazioni che spingono esseri di altri mondi o altre realtà a interagire meschinamente con l’Uomo; altrettanto diffusamente si sono illustrate quelle che, allo stato dell’arte, sembrano essere i meccanismi e i presupposti che consentono all’addotto di porre fine alla sua condanna.

Facciamo però un passo indietro…

Storicamente è riconosciuto che la rivoluzione copernicana, con la sua portata impetuosa, rovesciò i principi geocentrici ritenuti indissolubili fino ad allora, accendendo la scintilla per tutto ciò che nei secoli a seguire determinò la vera rivoluzione scientifica.

Al pensiero copernicano si aggiunse (o si sostituì) successivamente la visione cartesiana dell’universo alla cui base vi era la volontà di ridefinire la realtà.

Cartesio introdusse forse per la prima volta l’idea della dualità. Nella cosmologia cartesiana erano contemplati due elementi chiave che costituivano l’universo: una sostanza infinita (il Dio creatore) e una sostanza finita (il mondo creato da Dio). Conseguentemente vi era la rappresentazione di una realtà duale, spesso contrapposta e che vedeva da una parte l’essere supremo e dall’altra parte la sua creazione in una costante e perpetua contrapposizione che ne determinava un distacco netto e imprescindibile.

Questo si traduce in una classificazione della realtà secondo la teorizzazione di due verità fondanti (http://www.storiafilosofia.it/cartesio/):


a) la psicologia, la quale sostiene che:

  • L’anima è una realtà insopprimibile, cioè una sostanza.

  • L’anima, in quanto pensiero, non occupa spazio alcuno ed è quindi distinta dal corpo.

  • L’anima è immortale.

b) la teologia, cioè l’esistenza di Dio, di cui vengono date due principali dimostrazioni:

  • nel mio pensiero vi è l’idea di un essere perfetto, il quale, per essere veramente tale, implica l’esistenza, non soltanto possibile, ma necessaria ed eterna.

  • nel mio pensiero vi è l’idea di un essere perfetto, che deve avere una causa adeguata: questa causa non posso essere io, essere imperfetto, ma un essere perfetto, Dio.


La psicologia quindi si occupa di anima, la teologia si occupa di Dio (o della coscienza diremmo alla luce degli studi sulle abductions).

La sostanza finita poi era anch’essa a forma duale: la “res extensa” e la “res cogitans”, ossia la materia e la mente, la fisicità della materia e l’immaterialità del pensiero. La prima affidata alla scienza, la seconda affidata alla chiesa e alla religione.

Questa separazione tra mente e materia annullava, secondo Cartesio, la possibilità che tra esse vi fosse una qualche relazione o una forma di collegamento che potesse determinare i cambiamenti della realtà.

Dovendo però spiegare il libero arbitrio, e quindi l’interazione tra mente e materia, Cartesio affermava che una forma di collegamento tra i due mondi doveva necessariamente esserci (http://it.wikipedia.org/wiki/Res_cogitans_e_res_extensa) e lo trovò nella ghiandola pineale la quale agirebbe quindi da “trent d'union” tra anima e corpo.

Se però la mente non può influire sulla materia significa allora che la realtà e i suoi cambiamenti sono stabiliti solo da altra materia, con il passaggio di informazioni e lo scambio di energia tra massa e massa.

Per Cartesio la mente, intesa come non-materialità dell’Universo, diviene un elemento assolutamente secondario e questo sarà, nei secoli a venire, la base sulla quale verranno fondate le visioni di stampo riduzionista e materialista che hanno determinato la nascita della cosiddetta scienza ufficiale nella quale l’elemento costante diviene la dualità della realtà (mente/corpo, osservatore/fenomeno, creato/creatore, etc.).

Le cose appaiono però un pochino diverse.


Brain processing

Il cervello umano ha enormi capacità di data processing, soprattutto nella sua parte inconscia. Si è calcolato che la parte conscia della mente possa elaborare circa 2000 bit al secondo mentre l’inconscio arriva a computarne 400 miliardi al secondo. Da ciò ne consegue una straordinaria capacità di strutturare e organizzare le informazioni che sono poi alla base della nostra soggettiva realtà. Elaborare informazioni significa, infatti, creare qualcosa che è la risultante di infinite iterazioni e modifiche ai dati di input.

In altri termini i processi rielaborativi determinano, nell’istante stesso in cui si compiono, la formazione di una realtà che non è più oggettiva, ossia misurabile, ma comunque reale. In quel preciso istante creiamo o modifichiamo la nostra mappa del territorio che diviene così realtà creata mediante rielaborazione di informazioni e contenuti esterni.

I fenomeni percepiti pertanto hanno valore in quanto esiste un percipiente. Non è il fenomeno in sé che denota la sua realtà ma il fatto che il fenomeno viene percepito. Quindi è il percipiente che gioca un ruolo fondamentale. In altri termini possiamo affermare che reale e non reale (intendendo con questo definire la realtà fisica da quella psichica) sono due rappresentazioni della stessa realtà.

Citando Metzger, autore de “I fondamenti della psicologia della Gestalt”, possiamo dire che “L’uomo incontra le cose e gli esseri animati in un mondo che comprende questi ultimi e lui stesso, egli si trova in un tale mondo. Sappiamo dalla fisiologia che tutto questo mondo di cose e di esseri esistono per lui soltanto se determinati stimoli cadono sui suoi organi di senso e se da qui determinate eccitazioni provengono in certe zone della corteccia… Da questo sembra conseguire inevitabilmente che il mondo deve in effetti stare in qualche posto nella testa dell’uomo; qui dovrebbe trovarsi ciò che egli vede e ode, ciò che egli palpa e sente” (Metzger, 1941). In altre parole… l’Uomo è parte del mondo esterno o il mondo non è affatto esterno ma è una parte intima e interiore dell’Uomo?

Stando così le cose diventa difficile sostenere il concetto di dualità e la netta separazione tra causa ed effetto. I ruoli si interscambiano, l’osservato e l’osservatore non appaiono più inscindibili e appartenenti a realtà diverse. L’uno determina l’altro.

Sostanzialmente quindi l’osservazione di un fenomeno, di una realtà, di un evento, interagisce intimamente con l’osservatore su base psichica, o meglio coscienziale, determinando la creazione di una nuova e differente realtà. Non meno vera!


L’esperimento di Young

In questo senso va ricordato l’esperimento di Thomas Young il quale sosteneva una tesi contraria a quanto creduto fino ad allora, ossia che la luce avesse solo struttura corpuscolare. Si riteneva infatti che sparando un fascio di particelle attraverso una fenditura per poi raccoglierle su uno schermo posto oltre la fenditura, le particelle avrebbero disegnato una banda d’urto sulla parete opposta, esattamente come farebbero delle palline. Young allestì un esperimento che voleva dimostrare invece una cosa diversa, ossia che la luce ha una natura ondulatoria.

Fece incidere un fascio di luce dapprima su una fenditura e successivamente su un ostacolo avente una doppia fenditura. Notò che la luce raccolta su uno schermo formava frange di interferenza che si evidenziavano con un’alternanza di luce e buio.

Se viceversa la luce fosse stata corpuscolare cosa sarebbe accaduto nello specifico?

Sullo schermo di raccolta si sarebbe vista un'unica zona luminosa circondata da penombra e poi da buio.

Immaginiamo si sparare un fascio di fotoni contro un ostacolo avente una fenditura al centro e di raccogliere ciò che passa su uno schermo posto a una certa distanza.

Se i fotoni fossero piccoli pezzettini di materia si comporterebbero esattamente come si comporterebbe una manciata di biglie di diametro inferiore alla larghezza della fenditura, lanciate ad altissima velocità contro questi due ipotetici ostacoli: sullo schermo di raccolta troveremmo disegnata una zona d’urto corrispondente alla porzione di schermo colpita dalle biglie.

Analogamente se le fenditure sul primo ostacolo fossero due, le biglie incidenti disegnerebbero sullo schermo di raccolta due distinte zone d’impatto.

Eppure Young dimostrò che non era così. O meglio... che non era SOLO così.

Inizialmente si giustificarono i risultati di questo esperimento ritenendo che le particelle di luce, rimbalzando caoticamente l’una contro l’altra, dovessero determinare quel modello (pattern).

Gli scienziati provarono allora a superare questo problema sparando sulle due fenditure un fotone per volta, allo scopo di evitare collisioni tra di loro. Ma malgrado questo accorgimento nulla cambiava; sullo schermo continuavano a formarsi figure di interferenza costruttiva (luce) e distruttiva (buio).

Successivamente i ricercatori decisero di osservare meglio il comportamento del fotone misurando in prossimità delle fenditure, cosa passava e da quale fenditura passava. Il fotone tornò a comportarsi da particella producendo una zona d’urto come una qualsiasi particella di materia e non un pattern di interferenza

La funzione d’onda, ossia la particolare funzione matematica che determina la probabilità che una particella si trovi in un posto anziché in un altro, collassa quando ha luogo l’osservazione del fenomeno. In altri termini il processo di misurazione perturba i fotoni stabilendo un’interazione assoluta tra osservatore e fenomeno osservato. Durante la misurazione i fotoni si trovano in un punto “x” dello spazio. La funzione d’onda, che fornisce una descrizione completa di un sistema quantistico, ci dice anche che durante il processo di misurazione (o meglio osservazione) i fotoni si trovano in una sovrapposizione di onde di probabilità ed essa è solo potenzialmente presente in differenti punti dello spazio simultaneamente.

La conclusione nell’esperimento di Young è che il fotone parte come particella, si trasforma in onda quando incide sulle due fenditure e interferisce con sé stesso determinando la creazione di figure di interferenza quando raggiunge la parete opposta.

In altri termini è come se il fotone avesse cambiato la propria natura in quanto cosciente che qualcuno lo stava osservando. Questa significa che il mondo attorno a noi non esiste in maniera indipendente dalla nostra esperienza ma che anzi è la nostra esperienza a determinare la realtà delle cose.

È la coscienza delle cose quindi a determinare la realtà fenomenica, esattamente come aveva sostenuto David Bohm.

Nell’esperimento di Young con la doppia fenditura, la particella attraversa la prima apertura o la seconda mentre l’onda, coesistente alla particella, attraversa entrambe le aperture contemporaneamente, a sancire una natura in cui le due entità, corpuscolare e ondulatoria, non possono essere considerate parti a sé ma una sola cosa.

Questo significa che la componente materiale e quella immateriale esistono sincronicamente l’una con l’altra. In altri termini materia e coscienza sono indissolubili.

Alla luce di questo possiamo affermare che la virtualità dell’universo, ossia la caratteristica di modificabilità dell’universo, è conseguente all’azione creatrice della coscienza.

A nostro avviso la coscienza non crea spazio, tempo ed energia ma crea la materia di cui spazio tempo e energia sono attributi.

Lo spazio, infatti, è un attributo della materia. Spazio può esservi solo se esistono dei corpi, altrimenti non avremmo spazio ma avremmo il nulla, il vuoto. La presenza dello spazio inteso come entità tridimensionale che impedisce a due corpi di toccarsi o inteso come sistema di coordinate tridimensionali nei quali i corpi possono muoversi o essere dislocati, implica la presenza della grandezza tempo, ossia quell’entità a cui sono legati i movimenti dei corpi e quindi la concezione del trascorrere degli eventi in termini di modificazioni della materia tra un “prima” che identifica uno stato di partenza e un “dopo” che identifica uno stato di arrivo (o intermedio).

Infine l’energia, intesa come energia potenziale, quella particolare forma di energia intrinseca all’esistenza. Ogni corpo, per il solo fatto di esistere e avere una massa, ha energia potenziale.

Queste pertanto sono le grandezze fisiche fondamentali alla base dell’Universo virtuale.

È però necessario allargare un pochino questa visione perché in realtà lo spazio non esiste, quantomeno nella sua concezione più classica.

In questo senso ci aiuta la descrizione dell’esperimento di Alain Aspect.

Questo fisico francese, con l’esperimento del 1982 diventato famoso perché ribaltava il concetto di non località dei fenomeni quantici, riuscì a dimostrare che c’è un legame indissolubile e che si manifesta in tempo reale tra una coppia di fotoni postai a distanza. Questo rimetteva in completa discussione il principio del localismo secondo il quale due oggetti separati, esistono indipendentemente l'uno dall'altro, nel senso che l'azione compiuta su uno di essi non modifica le proprietà oggettive dell'altro.

L'esperimento di Alain Aspect è semplice: un atomo di calcio venne posto al centro di un sistema contraddistinto da due diramazioni. In una delle due biforcazioni fu inserito un cristallo bifrangente con la capacita di deviare il corso di un fotone con una probabilità del 50%. L'atomo di calcio decadendo generò due fotoni i quali percorsero separatamente le due diramazioni: il primo fotone diretto lungo la diramazione contenente il cristallo bifrangente; il secondo fotone lungo l’altra diramazione. Fu osservato che quando il primo fotone non subiva alcuna deviazione da parte del cristallo, allora i due fotoni proseguivano indisturbati il proprio percorso fino al termine della canalizzazione dove venne posto un fotorivelatore. Quando invece il primo fotone subiva l’azione deviante da parte del cristallo si notò che anche il secondo mutò il suo percorso verso l'alto.
Questo dimostrava sperimentalmente che particelle, come quelle componenti la luce, non sono locali, quindi i due fotoni sono in realtà lo stesso fotone.

Per dirla con parole dell’astrofisico Massimo Teodorani “La ragione è che esiste un unico ente, un'unica anima che unisce questa particelle gemelle” (“La mente di Dio”, Massimo Teodorani ed. Macro Edizioni). Le particelle costituenti la materia sono anche lo spazio che intercorre tra loro, ne sono la stessa cosa. Ed è per questo che affermiamo che in realtà lo spazio non esiste.

Tutto quindi è in connessione, tutto è UNO.


Il gigantesco ologramma

A questa visione non può non essere collegata la concezione olografica dell’universo che teorizzò David Bohm.

Bohm, come è noto, sostenne la non esistenza della realtà oggettiva ma piuttosto un principio diverso secondo cui la realtà è, di fatto, un grande ologramma.

Un ologramma è un’immagine realizzata con un opportuno setup ottico e una sorgente laser, che tende a imprimere su una superficie un’immagine tridimensionale. La caratteristica principale dell’ologramma è che sezionando in più parti la superficie su cui esso è stato impresso, ogni frammento conterrà ancora l’immagine intera.

Se è vero quanto abbiamo sostenuto prima, ossia che le particelle sono anche lo spazio che intercorre tra di loro, significa (e l’esperimento di Aspect lo dimostra) che le particelle non hanno bisogno di comunicare o scambiarsi informazioni connettendosi tra loro perché in realtà non sono mai disgiunte. Questo si traduce nel fatto che ogni particella è di fatto un ologramma, una rappresentazione del macromondo nel micromondo. Ogni particella è quindi il tutto. È la coscienza che ci permette di osservare questa realtà e provare a comprenderla per quello che è consentendoci di passare da un livello ad un altro.

Tutto è già presente nel gigantesco ologramma dell’universo e quindi, tramite la coscienza, ne diventiamo “solo” consapevoli.

Se tutto esiste, e tutto è contenuto nel piccolo e quindi in ognuno di noi, esseri costituiti nella parte materiale da particelle, allora abbiamo la capacità di influire sull’ordine manifesto del mondo virtuale perché la realtà così come la percepiamo non è altro che una delle infinite possibilità della coscienza che si manifesta quando collassa la nostra funzione d’onda.


Unità e Dualità

Le antiche tradizioni dei Veda basavano la propria sostanza sul fatto che materia e spirito fossero inseparabili in quanto manifestazioni del Tutto. Gli orientali hanno sempre riconosciuto nella primarietà della coscienza la vera forza creatrice che dà origine alla materia e alla cosiddetta “realtà oggettiva”. È la coscienza che crea e non, come nel modello copernicano, il Dio creatore.

Su questa visione si crea la dicotomia tra il pensiero occidentale e il pensiero orientale. Per il primo Dio è fuori, è al di là, in una dimensione irraggiungibile ed estranea, come fosse qualcosa di terzo ed estraneo rispetto alla Natura e all’Universo. Per gli orientali Dio è la coscienza, è qui e ora, in ogni luogo e in ogni manifestazione della natura. In altre parole Dio è dentro di noi, o meglio… Dio siamo noi.

Su il principio dell’unitarietà (tutto è UNO) si basa tutta la struttura della coscienza. Se tutto è UNO significa che il tutto contiene ogni cosa, ogni possibilità e che ogni manifestazione della realtà è frutto dell’azione creatrice della coscienza che ci permette quindi di diventare consapevoli dell’UNO o di una sua manifestazione.

L’UNO contiene ogni cosa, pertanto nulla può uscire o apparire sotto forma di “cosa nuova”.

Per poterlo fare deve esserci un distacco, un “allontanamento” e questo è ciò che ci permette di fare l’esperienza della conoscenza.

L’osservazione di un fenomeno genera quindi un punto di riferimento, un punto zero, che diviene il punto di consapevolezza iniziale utilizzato come specchio per diventare consapevoli della realtà. Per farlo perciò è necessario spostarsi e osservare lo specchio, allontanandosi dal punto zero.

È in questo istante che si crea la dualità perché la contemplazione dell’universo e della realtà si attua quando collassa la funzione d’onda e si ha lo spostamento e l’oscillazione su due punti. In questo preciso momento nasce la dualità.

In altre parole: per osservare l’UNO c’è bisogno di due punti, della dualità. Così nasce il “prima” e il “dopo”, il “qui” e il “lì” e così via. Questo è ciò che percepiamo e viviamo (in termini di esperienza) su questo piano della realtà. Livelli diversi, più “alti”, sono raggiungibili su piani energetici (e di frequenza) più alti.

In quest’ottica il Dio cristiano (la coscienza) collassa e crea il Figlio (la coscienza secondaria) per fare l’esperienza in una realtà mobile e oscillante. Dio è immobile (realtà) mentre il Figlio (virtualità) fa l’esperienza che serve alla coscienza per acquisire conoscenza di sé.

In fondo è ciò che sperimenta l’addotto quando decide di porre fine alla sua condizione di schiavitù. Collassa la propria funzione d’onda e percorre un cammino esperenziale nuovo che genera una nuova realtà, permettendo il compimento di quel processo di acquisizione di coscienza che quasi sempre si dimostra risolutivo.

 Alex Torinesi


Bibliografia

  • La mente di Dio”, di Massimo Teodorani ed. Macro Edizioni

  • Dalla PNL alla quantistica”, di Alberto Lori ed. Bruno Editore

  • UFO e Alieni, il crepuscolo della scienza” di Alex Torinesi, ed. Lampidistampa

  • Il Tao della fisica” di Fritjof Capra, ed. Adelphi, 1982

  • La conoscenza del mondo esterno”, di Bertrand Russell, ed. TEA S.p.a.

  • Tutto è Uno” di Michael Talbot ed. Apogeo

  • Fondamenti filosofici della fisica”, Carnap Rudolf ed. Il Saggiatore, Milano 1971

  • Alieni o demoni, la battaglia per la vita eterna”, di Corrado Malanga, ed. Chiaraluna Edizioni, Città di castello (PG) 2007

  • Misticismo e logica”, di Bertrand Russell, TEA S.p.a.

  • Dal Big Bang ai buchi neri”, di Stephen Hawking ed. RCS Libri S.p.a., Milano 1997

  • L’Uno detto Dio” di Vittorio Marchi ed. Macro Edizioni 2006

Commenti (4)
  • danieleventuri  - Soggettivo e Oggettivo
    avatar
    Nell'osservazione attenta dell'"ordinario" si rivela un incommensurabile ordine simmetrico che significa coerenza. Nel 1988 fu publicato il famoso romanzo "Il Pendolo di Foucault" di Umberto Eco, nel quale, preso a tema il segreto templare, si articolano coincidenze indicibili fino all'esasperazione dei riferimenti razionali.
    Il tema sincronistico è l'oggetto di maggior interesse per l'osservatore, perchè nel momento dell'osservazione-rivelazione si cristallizza il senso reale con una nuova presa di coscienza che apre nuove porte oggettive con la propria chiave soggettiva.
    In buona sostanza il soggetto ha la proprietà essenziale per realizzare l'oggetto, che interagisce a più livelli con realtà parallele di altri soggetti.
    Sono confortato dalla lettura di questo interessante articolo per l'immportanza del contenuto che sposa scienza e misticismo.
  • khabriel
    ottimo, veramente ottimo
  • Anima
    avatar
    Più passa il tempo e maggiormente ho la sensazione che teologia e ontologia sono strettamente correlate nell'essere umano; è sicuramente illuminante la frase "conosci te stesso... e conoscerai l'universo e gli Dei" che era scritto sul tempio dell'oracolo di Delfi. Io lo tradurrei al giorno d'oggi: conosci te stesso e conoscerai Dio! Comunque grazie per l'articolo illuminante e stimolante.
  • Giosuè
    Articolo altamente illuminante
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 28 Novembre 2011 14:00 )  
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